Agorà

L'Agorà di Artigrafie è uno spazio di incontro per dialogare con autori ed esperti e con il pubblico.

Intervista a...

ANDREA CAMILLERI

Ascanio CelestiniAndrea Camilleri nasce a Porto Empedocle - Agrigento - nel 1925; nel 1978 esordisce con il suo primo romanzo: in mezzo, una lunga carriera come autore teatrale e televisivo, come sceneggiatore e regista. Protagonista del periodo delle grandi sperimentazioni radiofoniche, curatore di alcune “Interviste impossibili”, Camilleri è oggi uno scrittore incredibilmente prolifico, un intellettuale versatile sempre in testa alle classifiche di vendita: l’esempio di un romanziere che suscita nel pubblico giudizi contrastanti e mai pacificati, lettore impenitente e fumatore accanito.

In una precedente intervista lei ha dichiarato di aver iniziato a leggere per noia e di essere grato a sua nonna anche per averle letto Alice nel paese delle meraviglie. Si annoia ancora molto? Secondo lei quanto è importante leggere per scrivere?
Non è che per scrivere sia importante leggere, credo che sia assolutamente fondamentale. Ritengo che leggere abbia un’influenza enorme su chi vuole o si appresta a diventare scrittore. Mi viene in mente una dichiarazione del Petrarca, il quale in una lettera a Boccaccio, sosteneva di non aver voluto motu proprio leggere Dante nel timore di restarne profondamente influenzato. Se annoiare viene usato come sinonimo imperfetto di leggere ancora continuo ad annoiarmi per quanto me lo permetta una vista ormai ridotta agli ultimi termini. Se invece annoiare lo usiamo nella sua eccezione consueta talvolta un libro che non mi piace mi annoia, anche a costo di rischiar di morir per noia, lo leggo fino alla fine. Non si sa mai accadesse un miracolo nelle ultime pagine.

Ho letto che la mattina ama "tambiasare" per una "mezzorata", e compiere gesti “inutili” come raddrizzare i quadri. Sono abitudini che la aiutano a scrivere (o a vivere)?
Se devo scrivere di mattina non tambasio, tambasio quando decido di darmi qualche giorno di riposo. Allora è bellissimo.

Fare paragoni tra scrittori risulta spesso azzardato, ma lei e Proust – tra molti altri – condividete la passione per gli oggetti. Mi racconta qualcosa su un oggetto a cui è particolarmente legato?
Non sono legato a nessun oggetto, come non sono legato a nessuna cosa che non siano i libri della mia biblioteca particolare, cioè una mia propria selettiva scelta. Di oggetti ne sono pieno ma sono sempre pronto a cambiarne con dei nuovi.

Dal teatro ha appreso il dialogo, dal cinema ha imparato a narrare per sequenze; ha lavorato in televisione e in radio. A quale forma di scrittura è rimasto più legato - se esiste una scala di valore - e perché?
Per la mia propria esperienza son molto legato alla scrittura radiofonica, che ancora sfrutto e che poggia sul valore assoluto della parola, di una parola che deve essere anche suscitatrice di ambienti e di emozioni. Tipo il summenzionato “tambasiare”!

L’uso del siciliano rende la sua scrittura molto connotata. Poteva essere un’arma a doppio taglio, ma è risultata una carta vincente. Ci può dire qualcosa in merito al lavoro traduttivo che viene fatto sui suoi testi, al confronto con chi traduce i suoi libri?
C’è stato un recente convegno di alcuni miei traduttori alla Fondazione Mondadori. I metodi sono diversissimi, il metodo peggiore è quello che annulla completamente la particolarità del mio scrivere mescidiato per tradurlo nella loro lingua dopo averlo appiattito in italiano. Il lavoro dei miei traduttori è assai complesso, non riesco a riassumerlo in poche righe.

Su Montalbano solo una domanda: nel suo personaggio quanto c’è di autobiografico rispetto all’idea della giustizia, così poco convenzionale, tanto personale?
Credo che l’unica cosa autobiografica sia proprio quello che sta dicendo, la sua visione di giustizia. Per il resto in Montalbano non c’è niente di me.

Parliamo del format delle interviste impossibili: chi vorrebbe intervistare oggi e da chi non si farebbe mai intervistare?
Vorrei sapere esattamente cosa c’è nella testa di alcuni personaggi politici, ma un’intervista non basterebbe, dovrebbero stendersi sul lettino per un’analisi troppo lunga. Non ho preclusioni sugli intervistatori…come lei ben sa non sono tanto le domande quanto le risposte.

Nel 1978 ha pubblicato Il corso delle cose gratis, presso un editore "a pagamento", con l'impegno di citare l'editore stesso nei titoli dello sceneggiato TV tratto dal libro. È stato un “compromesso” utile? Può dare un consiglio a chi oggi si affaccia alla giungla editoriale?
Io appartengo ancora ad una generazione dove gli autori che sarebbero diventati grandi e grandissimi pagavano per il primo volumetto di poesie o racconti, tanto per fare un esempio Ungaretti. Oggi è diverso, internet e i nuovi media permettono una larga divulgazione di ciò che si pensa, si scrive e si fa.

A novembre sarà ospite in videoconferenza a Scrittorincittà; l’XI numero di Artigrafie, dedicato alla manifestazione cuneese, ha come tema Luci nel Buio. Pensa che questo nostro tempo sia buio? In cosa vede, se la vede, la luce?
Sono formule che non mi piacciono. Spiego perché: moltissimi anni fa, vigente la DC, vidi la città tappezzata di manifesti che rappresentavano il volto di una persona notissima per la sua stupidità e ignoranza. I manifesti sotto la foto del predetto invitavano: Votate …. una luce nel buio!!!

a cura di Sara Lanfranco

Le perle dell'ostrica

FRANCIS SCOTT FITZGERALD, IL GRANDE GATSBY

Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C'è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia.. e una bella mattina..

a cura di Federico Minetti

Botta e risposta

proposito di LET ME TAKE YOU DOWN (Artigrafie 10 – Orizzonti – Suoni), :

FABIO scrive:

Caro Alberto, sai essere toccante e preciso. Per In my life è perfetto il binomio di aggettivi «conciliante e malinconico». E il solo di piano, arricchito da «veri mordenti»... te le ricordi queste parole?


L’autore, Alberto Gallo, risponde:

Approfitto di questo spazio pubblico per ringraziare, salutare e dare una risposta (semi)privata al mio amico Fabio, con il quale ho condiviso una giovanile e mai tramontata passione per i Beatles – stavolta lo scriviamo maiuscolo. «Veri mordenti»: come non ricordarsi una delle tante, precisissime indicazioni tecniche del grande musicologo Ian MacDonald? Suo è il saggio The Beatles – L’opera completa (Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1994), appassionata e approfondita analisi di tutte le 186 canzoni registrate e pubblicate dai Quattro di Liverpool. Ne consiglio caldamente la lettura a chiunque voglia approfondire la conoscenza dell’unica rock band più famosa di Gesù Cristo.


I campi contrassegnati da * sono da considerarsi obbligatori.