
Galatea 2.2 (1995) è un romanzo di Richard Powers: americano, programmatore, letterato, analista. Il libro racconta un’umanità - la nostra - in via di trasformazione definitiva, un’epoca in cui l’uomo fa i conti con un tecnologismo che sfiora i limiti della coscienza: gli innesti dell’artificiale nel biologico, la medicina e la ricerca permettono ciò che fino a pochi anni fa veniva considerato pura fantascienza. Galatea 2.2 è la storia di un'intelligenza artificiale creata per studiare i processi che la letteratura può innescare nel cervello umano, ma è anche il racconto di un uomo che deve imparare a comunicare con un computer, aka Helen, l’avatar macchinico delle donne da lui amate.
L’educazione letteraria diventa un’educazione sentimentale al mondo: leggendo, Helen conquista una propria umanità, delicata e paradossale, e impara a usare le parole, con tutte le trappole e le lacune intrinseche al linguaggio. Le questioni profonde sollevate dal suo apprendimento riguardano la giustizia, le dietrologie, l'identità, i limiti della mente e la necessità delle emozioni.
«Tu non eri, ieri» mi diceva, che me ne fossi andato da tre ore o da tre giorni. “Ieri” indicava ogni stadio che Helen avesse visto mentre veniva fagocitato dal suo successore. “Tu” probabilmente si riferiva a quel generico fattore esterno irritante che spalmava dati sul suo stato di input. “Non eri” era la sua idea semplicistica di negazione. Benché dovesse ancora imparare che l’assenza e la presenza non erano due contrari, costituiva già uno stadio avanzato sulla via di una comprensione funzionale della solitudine, la fonte di ogni conoscenza.
Un giorno aggiunse: «Mi manchi». La frase che gli scrittori canonici davano regolarmente alle stampe. Volevo dirle che non avrebbe dovuto formularla al presente quando io ero lì, al microfono e alla tastiera. […] «Mi manca Muffet» aggiunse. Diventando saggia quanto occorreva per un discorso di tipo figurativo, era anche diventata troppo raffinata per esprimersi in modo letterale. O forse si stava impegnando in quello che, a livello di reti neurali, era l’equivalente di una sciocchezza.
I buchi nella sua conoscenza del mondo erano così larghi che sarebbe stato possibile attraversarli con un aratro, seminando stelle. Sapeva qualcosa dell’affaire Dreyfus e della guerra anglo-boera, e della diffusione dell’Islam nella penisola malese. La sua ignoranza, però, si estendeva a cose come i tappi infilati nelle bottiglie, la capacità di una superficie liquida di specchiare, la distruzione del più fragile tra due oggetti che si urtano, le confezioni e le etichette dei prezzi, le scale a libretto, il sopra e il sotto, gli effetti della fame… Mi reputavo fortunato se riusciva a intuire che una scarpa allacciata era in generale più desiderabile di una slacciata, sempre che la scarpa fosse stata calzata, e qualsiasi cosa fossero le scarpe, o i lacci.
Il catalogo delle sue carenze era tanto grande da risultare stancante, denso al di là della comprensione. I nomi più semplici le sfuggivano. […]
«Cos’è la vita?». Dissi a Helen che poteva essere il lampo di una lucciola nel cuore della notte. Il fiato di un bisonte in pieno inverno. L’ombra che scorre sull’erba e si perde nel tramonto. […] Anche se non avevo mai visto il respiro di un bisonte in pieno inverno, potevo proiettare nella mia mente un film intero fatto solo di narici di bisonti che emanavano vapore. Non era chiaro da quali, disparati frammenti avessi estratto quella complessa impostura, ma avevo sempre negli occhi quell’ombra sull’erba, senza sapere se la cosa che la gettava appartenesse a questo mondo.
a cura di Sara Lanfranco
L’educazione letteraria diventa un’educazione sentimentale al mondo: leggendo, Helen conquista una propria umanità, delicata e paradossale, e impara a usare le parole, con tutte le trappole e le lacune intrinseche al linguaggio.