
Fino al 2008, Avatar era, su tutti i mass-media, un abitante di Second life: l'ascesa degli iscritti pareva inarrestabile, centinaia di migliaia, no anzi milioni. Si favoleggiava sulle opportunità offerte da una seconda vita, sugli affari (in denaro reale) degli utenti più intraprendenti, su istituzioni e aziende che aprivano le loro “isole” per comunicare al meglio con i loro utenti... Ora tutto tace. Semplicemente, è emerso che la maggior parte degli iscritti si registrava, provava, si annoiava e non tornava più. Second life era una terra popolatissima di individui (?) in ibernazione.
Nel 2010, Avatar è un film. Un film che ha infranto ogni record di incassi, superando Titanic dello stesso Cameron, ma che agli Oscar – certo non ad un festival per film da intellettuali – è stato surclassato da una pellicola impegnata, la quale ha incassato spiccioli.
Chi ha ragione?
Da un mio personale sondaggio, che ho condotto secondo la modalità sdoganata dal nostro Presidente del Consiglio quando ha chiesto alla sua tavolata di ristorante chi avrebbe votato per lui, ho appreso che Avatar è percepito come un fantastico exploit di effetti speciali, ma povero di trama, capace di tediare appena finisce lo stordimento da 3D. E se non è possibile eccepire sulla qualità “tecnica”, la critica ufficiale è divisa sul reale valore dell'opera.
Michele Serra, su L'espresso del 22 gennaio, prospettava ironicamente un seguito con un ulteriore rilancio tecnologico, un 3D che «prevede per gli spettatori, oltre agli appositi occhiali, una prolunga nasale per sentire gli odori, enormi orecchie di cartone per la ricezione stereo, un sondino gastrico per provare la fame e la sete come gli eroi del film e un papillon fosforescente per esaudire un desiderio del regista».
La trama? Un po' povera, certo (gli abitanti di Pandora sono presi da un virus che li porta alla follia, al punto da voler dedicare una via a Craxi, ma un avatar immune sgomina il virus): tuttavia, avrebbe dichiarato il regista, una sceneggiatura più complessa «era impossibile, perché distrarrebbe gli spettatori dagli effetti speciali».
Il contenitore, insomma, diventa contenuto.
Sullo stesso numero, però, l'altrettanto autorevole penna di Eugenio Scalfari dà del film una visione positiva. Non si limita a rilevare come esso regali un'esperienza coinvolgente, ma ne nota la qualità e anche lo spessore, allorché afferma che «ci sono messaggi filosofici in 'Avatar', messaggi culturali, messaggi religiosi. C'è il senso della trascendenza, la presenza d'una Grande Madre il cui ideale è quello della giustizia. C'è il sentimento amoroso. Un grande rispetto per la natura. Il messaggio è di amore e di pace».
L'unica riserva di rilievo è che pellicole così care (200 milioni di dollari i costi di produzione) rischierebbero di creare un monopolio. Quale spazio rimarrebbe per le produzioni più o meno indipendenti, che già oggi faticano a trovare i fondi?
Mi chiedo se sono davvero in concorrenza diretta. Si sono venduti più libri dopo l'invenzione del cinema di quanti non se ne vendessero prima: il pubblico cerca stimoli diversi.
Utilizzare in modo interessante una tecnologia nuova richiede una grande inventiva, “creatività”, anche se non come viene normalmente intesa. Altrimenti, appare sterile e barocca. E, smaltita la “sbornia” iniziale, annoia.
Nuove tecnologie richiedono nuove forme di creatività. Solo se saranno messe in campo con intelligenza, Avatar (inteso come nuovo 3D) non sarà condannato alla morte fredda degli avatar di Second life.
Del resto, anche L'arrivo del treno dei Lumières non si distingueva per la geniale sceneggiatura, ma ha fatto la storia del cinema.
di Jacopo Ciravegna
“Chi diavolo vuole sentire gli attori parlare?”
H. M. Warner, co-fondatore della Warner Bros, A proposito del parlato nei film, 1927