Artigrafie
monologo_paolo puccio
Un teatro medievale dal cuore hi-tec

Tredici milioni di abitanti, 15 persone ogni metro quadrato: cammino per le strade di Tokyo e attraverso gigantesche e affollate strisce pedonali che tagliano gli incroci trasversalmente. Scendo in metropolitana e mi ricarico la suica. Le lunghe file sulla banchina alla stazione svaniscono incredibilmente in una manciata di secondi quando, all'arrivo dello shinkansen un pannello che pende sopra le teste inizia il conto alla rovescia. Strade pulite, code di bar e ristoranti che si smaltiscono in fretta, raccolta differenziata personalizzata, colletti sempre inamidati sulle divise scolastiche: un meccanismo che rasenta la perfezione. E treni in orario, naturalmente. Quest'anno il presidente delle ferrovie giapponesi si è scusato pubblicamente per i cinque minuti di ritardo accumulati nell'ultimo anno dai suoi treni. E allora il nostro Moretti nazionale che cosa dovrebbe fare, seppuku alla stazione centrale in diretta tv? Passeggiando nelle vicinanze del parco Yoyogi scatto qualche foto e, preso da un insolito entusiasmo, regalo sorrisi che puntualmente mi vengono restituiti.

Nel cuore di Tokyo, a Shibuya, tradizione e modernità si fondono in una scenografia postmoderna. Da un grattacielo grigio vedo uscire una geisha vestita di seta colorata, ai piedi rumorosi sandali di legno; un amico mi spiega che queste donne sono le uniche persone cui è permesso andare in giro armate di pugnale, che, come vuole la tradizione, serve per fare harakiri. Proprio loro, come Madame Butterfly? In Giappone, mi dice, la pratica non è così rara: ogni anno migliaia di adolescenti si tolgono la vita. Ma come? E perché lo fanno? Non reggono il confronto con la società che ti chiede di essere il più competitivo, il migliore, un pezzo meccanico perfettamente funzionante nell'intero ingranaggio, quando ancora non sai come fare ad essere quel che stai ancora tentando di scoprire d'essere. E i giovani che non

 

si uccidono? Ci sono gli hikikomori, considerati una vera piaga sociale, che si chiudono nelle loro camere da letto per mesi, magari per anni. Hikikomori è un termine nato qua in Giappone per indicare un fenomeno che vede sempre più adolescenti sigillarsi volutamente sottovuoto, relegandosi ai margini della società, avatar di se stessi, rifiutando qualsiasi forma di relazione e coinvolgimento sociale. L'hikikomori si chiude nella propria stanza e si nasconde addirittura ai propri genitori. Diventa schiavo della propria vita sedentaria, naviga su internet creando un mondo tutto suo, dove stringere amicizie e magari fidanzarsi, gioca ai videogames e guarda la televisione durante tutto il tempo libero.

Il mio pensiero va subito a Takugi: in quindici giorni che sono ospite a casa sua non l'ho mai visto uscire dalla stanza, la sorella mi ha detto che è malato e questo è il motivo per cui ogni sera gli lasciamo il piatto con la cena fuori dalla porta della camera. Mi documento su internet e trovo delle corrispondenze tra giovani hikikomori: «Ieri un amico ha chattato con me... mi ha chiesto se volevo provare a uscire dalla mia stanza. Era una domanda che non sentivo da tempo: tutti sembrano aver accettato questa mia scelta. È strano davvero sentirsi fare certe domande, come se un giorno qualcuno ti chiedesse: vuoi provare a uscire senza respirare per un po'? Non mi piace questo mondo così com'è! Un teatro medievale e un cuore hi-tec, super controllato, inquadrato, omologato, da sentirsi solo pezzi di apparecchiature che al primo urto si rompono e vanno sostituite».
Un mese è volato e devo tornare a casa. Sulla strada verso l'aereoporto di Nakano dal finestrino vedo l'alba e penso che i giapponesi sono i primi a vedere sorgere il sole ogni giorno.

Matteo Silvan

 

HIGHLIGHTS

«Ieri un amico ha chattato con me... mi ha chiesto se volevo provare a uscire dalla mia stanza. Era una domanda che non sentivo da tempo: tutti sembrano aver accettato questa mia scelta. È strano davvero sentirsi fare certe domande, come se un giorno qualcuno ti chiedesse: vuoi provare a uscire senza respirare per un po'?»