Lo dico subito: sono tra i pochi che non hanno (ancora?) visto il film di Cameron. Perciò per me “avatar” non è sinonimo di brutti occhiali 3D, né di umanoidi bluastri che praticano indefessamente l’ecosostenibilità. Piuttosto, quando sento “avatar” io continuo a pensare a quel che ho imparato qualche anno fa ad un corso di indologia, e cioè all’etimologia del termine: “colui che discende”, più o meno. In effetti, prima di Second Life e della tecnologia digitale, gli unici “avatar” accreditati erano divinità che si prendevano il disturbo di calarsi tra noi comuni mortali. Ma – non voltate pagina - in queste righe non voglio parlare di tipetti del calibro di Vishnu, o di Gesù Cristo; detto francamente, non mi sento all’altezza. Per fortuna, posso intendere il filo rosso di ArtiGrafie 14 in un altro modo.
Flaubert diceva: «Mme Bovary c’est moi» e davvero ogni personaggio di ogni opera d’arte che si rispetti può essere considerato una virtualità del proprio creatore. Poi c’è il tema del doppio, un’accezione di “avatar” antica almeno quanto Odisseo, che riesce a gabbare quei poveretti dei Proci inventando un altro se stesso dall’aspetto macilento. Tanto per citare anche un contemporaneo, Saramago ha scritto L’uomo duplicato, che mette faccia a faccia due individui perfettamente identici, costringendoli a domandarsi chi sia l’originale e chi il “derivato”.
Insomma, da sempre l’arte pullula di avatar di vario genere e numero.
Il mio preferito, però, resta quello rappresentato da Kubrick in Lolita. Il regista cominciò a lavorare alla pellicola all’inizio degli anni ’60, quando, probabilmente, prendere di petto il tema pruriginoso del romanzo di Nabokov avrebbe significato invitare a nozze la censura. Forse per questo Kubrick scelse di stemperare ogni immagine ad alto tasso di erotismo per dare più spazio ad un altro magistrale motivo inscenato nel libro: il rapporto tra Humbert Humbert e Clare Quilty.
Il film si apre proprio sullo scontro a fuoco che vede Humbert uccidere Quilty. Un lungo flashback chiarisce il significato del duello farsesco tra i due personaggi. Per cominciare, l’uno è riuscito a ottenere tutto ciò che l’altro ha sempre desiderato senza successo. Così, poco prima dell’omicidio, sentiamo una Lolita già vecchia parlare di Quilty come del grande amore della vita, mentre il povero Humbert non viene degnato neppure di uno sguardo vagamente appassionato. Come se non bastasse, durante lo scontro con l’assassino, Quilty si vanta di avere all’attivo “cinquanta drammi e sceneggiature di successo”, mentre – lo sappiamo – Humbert non ha prodotto che un affettato diario segreto zeppo di sordide perversioni.
Certamente, quindi, uccidendo il rivale, il protagonista uccide un avatar che ha avuto più consensi di lui. Ma c’è dell’altro. Humbert dà prova di essere realmente e irrimediabilmente invaghito di Lolita: infatti propone una fuga romantica alla ex-ninfetta, ormai trasformata in una donna piuttosto stagionata, e per di più incinta di un altro uomo. Viceversa, Quilty ha abbandonato l’oggetto del desiderio un attimo dopo aver soddisfatto la propria libido. Per i costumi sessuali Quilty incarna esattamente l’immagine che la società potrebbe avere di Humbert: un pedofilo, un degenerato, un criminale. Così, il riscatto del protagonista deve passare attraverso la negazione del giudizio del mondo esterno. Ecco che cosa significa l’eliminazione dell’avatar: un’affermazione solipsistica da parte di Humbert della legittimità della propria dimensione erotica e di sé.
Per un avatar brutto, cattivo e osceno che viene ucciso, molti altri sopravvivono, e le pagine di ArtiGrafie 14 provano a raccontarli: buona lettura.
Elena Mulè
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