New York colpisce allo stomaco, violenta, come nessun altro posto
E continua cosi, stronza, giorno dopo giorno, a sbattere in faccia le sue luci e le sue ombre, entrambe accecanti, che fanno perdere di vista la strada battuta
Come tutti i newyorkes, anche io ho cominciato a languire, beandomi, nei disordini e negli squilibri, nei graffi e nella sporcizia, gonfiando sogni inutili e deliziosi, spezzando le corde e innaffiando di lacrime
Un gioco sadomaso di cui io e i miei nervi siamo ormai completamente dipendenti
Da mesi
Accettare di vivere New York è un suicidio, mai una buona promessa
Decadenza, bellezza, energia e spreco convivono con la dura legge della giungla
Gli abitanti di Manhattan si ammalano, diventano bipolari, fragili, individualisti e cattivi
Sono legati alla ricerca di chissà quale chimera la Città ha mostrato loro, ma sopravvivono su spigoli, compromessi, debiti e lotte
New York ti succhia, ti coccola, ti fotte e di nuovo ti dà zucchero
Da un po’ di tempo, a Manhattan, esistono piccoli teatri dove è possibile mettere in scena il proprio languore e i propri fremiti
Lo si fa di nascosto, uccidendo per qualche ora la propria identità e lasciando parlare il buio e i segreti
Sono tane underground, come la subway, sono vecchie, piene di umori e topi
Umide can-
tine dove ci si sporca le mani solo per finta, ma in maniera ugualmente sincera: gli speakeasy, quegli esclusivi locali in cui, durante il Proibizionismo, si entrava con una parola d’ordine e in cui venivano serviti illegalmente liquori e altri generi di peccato, perdizione e perdita
Il brivido è antichizzato e la trasgressione diventa vintage, coreografica, condita dal mistero, un segreto per pochi che si tramanda con un gelosissimo e attento passaparola
Nell’eclettico cheap’n’hip East Village, all’incrocio tra Sr Mark’s e la Prima, le porte del fast-food Crif Dogs accolgono i clienti tra schizzi di frittura e aloni di sporcizia
Dopo aver assaggiato un hamburger in maniera circospetta, si entra nella cabina telefonica
Alzando la cornetta una delle sue pareti si apre e una cinguettante entreneuse sorride e accoglie i gongolanti avventori in un cupo scantinato di mattoni, adornato con animali impagliati, tavoli e sedie di legno
L’alcol è servito: non è illegale, si sa, ma conquistare un posto nel misterioso stanzino e godersi la musica anni Venti dà il suo gusto
Dieci isolati più a sud, in una strada che di notte è frequentata da pochi umani e tanti ratti, bisogna invece entrare nell’innocente Lower East Side Toy Company, attraversare uno stretto corridoio e salire le scale di acciaio che portano all’entrata de The Back Room
Sull’enorme, altissimo specchio che troneggia sul bancone
di ebano, si riflette, a fatica, nella luce quasi inesistente, un grande salotto di mobili antichi e velluto rosso
A rischiarare l’atmosfera, infinite tazze bianche abbandonate in ogni superficie della stanza, contenitori innocenti per l’abuso di Dirty Martini e Long Island molto più corretti, che uniscono la danza composta del tè delle cinque alla perdizione di Alice in Wonderland, alla sensuale vanità del Green Mill di Chicago, il locale dell’indimenticato Al Capone
Negli speakeasy le vie di fuga dal mondo non sono (ancora e per ora) codificate e prevedibili
L’alcol salato, il silenzio, il fumo, la musica che rivela tempi e mondi lontani, e il segreto condiviso con pochi intimi creano uno spazio mellifluo, una parentesi breve in cui diventa facile dare una voce sincera alla propria estasi, informe e capricciosa, uccidendo quello che rimane del proprio autocontrollo, fisico e, soprattutto, mentale
O semplicemente abbandonarsi e respirare, per un po’
Poi, più tardi, si ritorna in superficie, di nuovo sui marciapiedi di questa maledetta città, insieme ai topi
Trattenendo il fiato, ci aspettano poche ore di sonno e poi l’immersione nella schizofrenia viva e inappagante che ognuno, in sé, coltiva![]()
di Valeria Sesia
«For every prohibition you create,
you also create an underground»
Jello Biafra