Non vivere su questa terra come un estraneo / o come un turista nella natura.
Vivi in questo mondo come nella casa di tuo padre: / credi al grano, / alla terra, /al mare / ma prima di tutto credi all'uomo.
Ama le nuvole, / le macchine, / i libri / ma prima di tutto ama l'uomo.
Senti la tristezza del ramo che secca, / dell'astro che si spegne, / dell'animale ferito che rantola / ma prima di tutto senti la tristezza e il dolore dell'uomo.
Ti diano gioia tutti i beni della terra: / l'ombra e la luce ti diano gioia / le quattro stagioni ti diano gioia ma soprattutto, / a piene mani, / ti dia gioia / l'uomo!
Nazim Hikmet Ran – Ultima Lettera al Figlio
Siamo pronti a fronteggiare l’incombente fine delle risorse naturali? Ma soprattutto, ci interessa? Non saremo noi a pagare. La riflessione è banale, ma non scontata.
L’individuo medio ha ben altri interessi da fronteggiare: come conquistare la propria metà, come arrivare a fine mese, come crescere i figli ed una marea di altri problemi che possono essere riassunti come “La Vita”. Nazim Hikmet è “solo” un poeta. Il suo compito è “solo” di mostrare al mondo la bellezza. Il Bello qui vuole essere un’arma contundente con cui colpire il lettore sul volto. Merita la stima di molti per una semplice ragione politica: ha il grande merito di aver riconosciuto per primo lo sterminio degli armeni da parte dei turchi, il suo popolo. Questo sterminio non ha ottenuto alcun riconoscimento da parte del governo turco.
In questa poesia l’attenzione si sposta dalla natura all’uomo, evidenziandone la connessione estrema. Sono il rispetto, l’affetto e la compassione che mancano al pianeta. E non venitemi a dire che con i sentimenti non si concimano i campi. Il punto non è questo. Il punto è l’attenzione o, per essere più precisi, la sua totale assenza.
Siamo vittime di noi stessi.
Non c’è scampo da questa frase. Forse nemmeno noi vogliamo sfuggire da questa semplice considerazione. Ci crogioliamo in questa affermazione, bloccata all’orizzonte tra conscio e inconscio. L’attenzione che riversiamo esclusivamente su noi stessi è la causa del male, secondo Hikmet. Allargare gli orizzonti oltre la nostra immagine allo specchio potrebbe curare l’enorme ferita che stiamo incominciando ad osservare su noi stessi. Le piaghe purulente sul nostro pianeta son sintomi di una malattia al vertice della catena alimentare. Uomini, alzatevi in piedi e affermate a pieni polmoni la vostra volontà di interessarvi al prossimo. Decidete coscientemente di perdere parte di voi stessi in qualcun altro, è quello il punto di partenza.
Come disse Gandhi: «Se un uomo venisse sepolto nella stessa fossa con la carcassa di un animale, tutti deplorerebbero il fatto. Eppure, pensandoci bene, sarebbe un bel modo per manifestare l'unità di ogni vita». In questa frase vi è il secondo passo da compiere: l’unione tra tutte le creature viventi.
Adoro le utopie, ma non ci spero minimamente. Ciò non vuol dire che le parole scritte fino ad ora siano false, ma son solo parole, spogliate dell’azione, rimangono suono prodotto dalla vibrazione delle corde vocali per effetto dell'aria espirata dai polmoni mediante occlusione della glottide caratterizzate da varie risonanze. Nazim Hikmet propone una cura. Nemmeno troppo difficile da effettuare… o forse no? Rinunciare ad una frazione di ego in virtù della vita del pianeta. Un prezzo elevatissimo, per quanto mi riguarda.
di Pierpaolo Bonante
Vivi in questo mondo come nella casa di tuo padre: credi al grano, alla terra, al mare ma prima di tutto credi all'uomo