Artigrafie

 

 

Mi cullo dolcemente nell’attesa della fine di tutto. Checchè ne dica la gente, non avere un domani (o un dopodomani o un tra un paio d’anni) è tutt’altro che un fatto negativo. Anzi, è la cosa più comoda che possa capitare, una consapevolezza in grado di svelare lati ignoti e piacevoli della vita. Quando cessano le esigenze più impellenti tipiche dell’età di ognuno (per me: trovare un lavoro, creare una famiglia, scoprire il mio posto nella società; ma se avessi qualche anno di più potrei dire: assicurarmi una pensione, badare ai figli ancora giovani o ai genitori ormai vecchi, stare attento al colesterolo) la nostra esistenza su questa terra si mostra per quella che è: una serie incessante di coincidenze e di incontri, di rivelazioni, di avventure, di opere d’arte a disposizione di tutti che non vedono l’ora di essere scoperte.

«Tuo padre parlava della vita/come se per lui fosse già finita/troncava i discorsi dolcemente/con una lieve ironia seducente…»

Ma andiamo con ordine.

Tempo fa mi è capitato di scrivere un libro. Un romanzo. E, come talvolta è successo nella storia della letteratura,

 

o del cinema, o della musica, l’ispirazione è arrivata dritta dritta da un articolo di giornale. R2 di Repubblica, venerdì 8 agosto 2008. Roba vecchia, si potrebbe pensare: quella pagina dovrebbe trovarsi da tempo nel caminetto, o intorno a un pesce sul banco di un mercato. Eppure sono sicuro che appena avrò scritto il titolo del pezzo la sua attualità esploderà con violenza persino eccessiva per le nostre anime delicate: Riscaldamento totale. Giusto sopra questa semplice frase, una Terra antropomorfa (con tanto di occhiali da sole) vagamente alla Méliès suda copiosamente con aria afflitta. Neanche il tempo di abituarci alla vista del nostro pianeta malato e sofferente che Maurizio Ricci ci sbatte in faccia l’atroce realtà di ciò che sarà la nostra vita nei prossimi anni: desertificazioni, black out in serie, migrazioni bibliche, guerre per le risorse, regimi sempre più autoritari, Venezia e due terzi di Manhattan sommersi dal mare e così via.

Ovviamente il mio romanzo ha poi preso altre direzioni, sennò si sarebbe trasformato in un saggio sul clima o in un disaster book alla The day after tomorrow – dio ce ne scampi e liberi. Eppure di quell’articolo qualcosa è rimasto, nel mio racconto. Qualcosa di quasi subliminale, un senso, potrei dire, di imminenza e precarietà. Lungi dal ritenermi un innovatore penso anzi che questa inconscia consapevolezza sia ormai scolpita nel dna di ognuno di noi, e da lì sia placidamente approdata all’arte in tutte le sue forme. Ripenso alla filmografia occidentale degli ultimi due decenni e rivedo un’umanità implicitamente condannata, spolpata, senza speranza. Senza futuro. O forse oltre il futuro, se vogliamo seguire la strada indicata da alcuni romanzieri americani contemporanei – De Lillo, Auster, Foster Wallace.
«Poichè non sappiamo quando moriremo, si è portati a credere che la vita sia un pozzo inesauribile. Però tutto

 

accade solo un certo numero di volte, un numero minimo
di volte. Quante volte vi ricorderete di un certo pomeriggio della vostra infanzia, un pomeriggio che è così profondamente parte di voi che senza neanche riuscireste a concepire la vostra vita? Forse altre quattro o cinque volte, forse nemmeno. Quante altre volte guarderete levarsi la luna? Forse venti. Eppure tutto sembra senza limite»: così terminava, nel 1990, il Tè nel deserto di Bertolucci, tratto dal romanzo di Paul Bowles.

Eppure, come dicevo, tra le scadenze a breve termine io ci sto bene. La fretta, io, la foga, non so nemmeno cosa sia – il lusso che può concedersi soltanto chi è conscio del fatto che, in ogni caso, è ormai troppo tardi.

di Alberto Gallo

 

HIGHLIGHTS

«Diciamolo subito: questo non è lo scenario della catastrofe planetaria. Al contrario, è lo scenario benigno, quello più ottimistico. In altre parole quello che, molto probabilmente, accadrà se tutto andrà bene»

Da Riscaldamento totale, di Maurizio Ricci, La Repubblica, 8 agosto 2008