Artigrafie

«L’umanità si trova davanti a un bivio: una via conduce alla disperazione, l’altra all’estinzione totale. Speriamo di avere la saggezza di scegliere bene». Questa frase è scritta su un post-it giallo appeso alla bacheca di fronte al mio computer. Non ho segnato di chi sia la citazione, probabilmente Woody Allen: lo cito spesso. Potrei controllare su Google e saperlo in pochi secondi, ma non lo faccio; invece digito sulla tastiera le parole Green e War, insieme. Green War è il tema del tredicesimo numero di Artigrafie, web magazine atipico di arte e cultura, che questa volta - a pochi mesi dal vertice (fallito) di Copenhagen - ha scelto di parlare di Land Art, alberi, salmoni irlandesi artificiali, Global Warming e dintorni. Di ambiente, in sostanza, e di come l’umanità reagisca al mondo che cambia (che l’uomo contribuisce a cambiare). I ghiacciai si scioglieranno, l’acqua farà saltare i ponti; laghi neri, campi crepati come un piatto rotto; non resterà più nulla: cadranno le montagne, ma non addosso a noi, probabilmente.

I Suoni ci raccontano di Peter Garrett, ex vocalist dei Midnight Oil, ora ministro dell'Ambiente australiano: «How do we sleep while our beds are burning?» Dove

 

andremo quando avremo rovinato il mondo? Forse, vedendone la distruzione, potremo infine capire come è fatto; impareremo a riscoprire la verità dei luoghi comuni: ereditare la Terra, senza arrogarsi il diritto di possederla.

Tuttavia, Artigrafie assume un punto di vista poco ortodosso e cerca di posizionarsi contro l’environmentally correct: se Pornografie sfrutta l’energia degli egoismi individuali e l’abitudine al benessere - interrogandosi sull’efficacia della raccolta differenziata - la linea della rivista è quella di augurarsi che la Green War non sia la solita guerra di sempre, ingentilita da uno slogan ambientalista per sembrare eticamente e politicamente più “sostenibile”. In Palchi e Pellicole George Carlin ci porta oltre la retorica apocalittica e la banale apologia ecologista: tutti si prodigano per salvare qualcosa: «le api, le balene, quelle lumache laggiù! […] Non sappiamo ancora nemmeno prenderci cura l’uno dell’altro e salveremo sto cazzo di pianeta? Non c’è niente che non va nel pianeta. Il pianeta sta bene. La gente è fottuta». Anche nel Dialogo con Mauro Corona emerge un atteggiamento provocatorio, al

 

limite del dissacrante: «se non c'è l'uomo che cazzo me ne frega del pianeta? […] Diceva il vescovo Bertlei che la mela da sola non vale un cazzo! La mela da sola non si gusta, l'hai capito? Ci vuole la mela e il palato dell'uomo... e allora che me ne faccio della natura se non c'è l'uomo che la gusta? E allora prima bisogna salvare l'uomo». Salvare l’uomo. Nella rubrica Contr’appunto, si ipotizza persino di non salvarsi, ma di provare a cogliere il bello delle coincidenze, degli incontri; nessuna lista di cose da fare; godersi la vita - insomma - ma sempre tenendo ben
fermo il senso latente della provvisorietà, l’essere di passaggio: una consapevolezza talmente radicata che dovrebbe rendere irrinunciabile godere l’arte.

L’arte può salvarci? No, ma l’arte - oggi più che mai - se vuole salvarsi deve parlare del mondo usando parole più dure, più vere, anche se sono parole di storie inventate. Parole più cattive, forse. Come scriveva Don DeLillo in White Noise (1984): «Si può avere nostalgia di un posto anche quando ci si sta». Coltiviamo nostalgia, facciamo qualcosa, con la cultura e con la testa (se ce lo fanno fare).

Sara Lanfranco

EVENTI DI ARTIGRAFIE

Mercoledì 10 Marzo
h 19.00

SETTIMO TORINESE
Teatro Garybaldi

Prova aperta
I AM AMERICA

I AM AMERICA è l’esito della ricerca dell’Open Program del Workcenter of Jerzy Grotowski ....