Stasera l’acqua dello stretto di Bass, prospiciente la grande baia di Melbourne, dove l’oceano Indiano e il mar di Tasman si uniscono, è gelida. Soltanto le possenti bracciate riscaldano la pelle dell’uomo che nuota in prossimità di Woolamai Beach. L’uomo che ora esce dall’acqua ansimante, alcune ore fa scrutava pensieroso la linea dell'orizzonte dalla baia dei Dodici Apostoli, tra Melbourne e Adelaide. Oggi, forse, sarebbe doveroso rinominarla baia dei Sette Apostoli: l’azione combinata di acqua, vento e inquinamento atmosferico ha causato la scomparsa dell’ultimo apostolo in ordine di tempo, il quinto. Una nota dell’Adnkronos del 26 settembre 2009 riportava questo commento: «Resteranno per sempre i Dodici Apostoli. È qualcosa di unico, non importa quanti apostoli vanno e vengono». Un po’ come affermare che Gesù scelse casualmente dodici uomini tra i suoi discepoli, considerandone il numero assolutamente irrilevante: uno in più o in meno non avrebbe avuto ripercussioni così gravi, in fondo era il principio a non essere messo in discussione.
Mentre si allontana dalla spiaggia, Peter Garrett, ministro australiano dell'Ambiente, dell'Arte e della Tutela delle tradizioni, appassionato difensore degli ecosistemi, ripensa a quando era il vocalist dei Midnight Oil,
muscolare rock band australiana. Già allora denunciava dal palco le catastrofi ambientali dell'era moderna. Negli eighties la sfida musicale al sistema era concentrata in pillole adrenaliniche di puro rock in 4/4. Oggi, invece, si preferiscono snervanti battaglie legali e riunioni strategiche, mentre montagne di fogli stampati costituiscono, con la tecnologia informatica, le armi utilizzate nell’odierna tenzone climatica.
I Midnight Oil scelsero di combattere sensibilizzando gli ascoltatori attraverso musiche e immagini dolorosamente realistiche, distinguendosi per originalità e sense of humour. Significativa è la registrazione di un loro concerto, lo “special guerilla action”, tenutosi durante il North American Tour del ‘90. Nel pomeriggio del 30 maggio il gruppo si esibisce su un palco improvvisato nella 6th Avenue a New York, proprio sotto il palazzo della Exxon Oil, società proprietaria della famigerata petroliera Exxon Valdez, incagliatasi il 24 marzo ‘89 sulle scogliere dell’Alaska, disperdendo in
mare 38 milioni di litri di petrolio. All’attacco di Dreamworld le forze di polizia vigilano annoiate, alcune centinaia di spettatori assistono tra l’incuriosito e il divertito, mentre le chitarre di Martin Rotsey e Jim Moginie si lanciano in duelli saturi, ora sovrapponendosi ora annullandosi, creando un impenetrabile muro di note. Garrett si inerpica su una pila di amplificatori per arringare la folla e continuare, una volta raggiunta la cima, a dimenarsi freneticamente. Ma un gigante di quasi due metri è facile preda degli scherzi della gravità. Il crollo rovinoso non lo disturba minimamente. Non si dà per vinto, si rialza, reclamando il microfono che ha perduto nella caduta, riprendendo a cantare come se nulla fosse accaduto. Nel frattempo il resto degli Oils ha continuato a suonare senza perdere una sola nota, lo sguardo rivolto alle peripezie del compagno.
Lo spirito degli Oils, in fondo, è racchiuso in questo concetto: irriducibilità e fiducia nei propri mezzi. Ancora oggi è così, sebbene la band si sia sciolta da otto anni e Garrett abbia intrapreso una brillante carriera politica, ottenendo due anni fa la prestigiosa carica di ministro dell’Ambiente. Le immagini politically correct che trovate sul suo sito web testimoniano come Garrett affronti la sua nuova occupazione con lo stesso piglio deciso e divertito, ma determinato e rispettoso, con il quale un tempo suonava ogni sera in una città diversa.
di Paolo Ghiga
«How do we sleep while our beds are burning?»
da Beds are burning dei Midnight Oil, 1987, Columbia Records