Cartoline

SICK

Ogni giorno devo portare con me una borsa capiente. Devo sempre avere sotto mano una sciarpa, un cappello e un ombrello.
Forse è per questo che a Londra si cammina tutti con gli occhi un po’ socchiusi. Coprirsi e spogliarsi di lì a breve diventa logorante col passare dei giorni. Tuttavia questo non spiega perché a Whitechapel gli occhi dei pakistani siano qualche millimetro più socchiusi di quelli della gente del West o della City .
Ormai ho fatto l’abitudine ai loro sguardi addosso. Sono uno dei rari bianchi del borough, e mi porto addosso il marchio del forestiero, anche se non mi ci sento più.
Sono reduce da un’esagitata quanto curiosa evacuazione di Liverpool Street Station, con tanto di prova del rigore della polizia locale, e decido di tornare a casa a piedi – pentendomene, come ogni volta - passando per Brick Lane, da cui comincia quella che Debora chiama Banglatown.

La discrezione londinese non mi ha mai convinto. È vero che l’ostentazione, le cose in grande, sono modi da piccoli posti, così come da piccole persone, ma fin da subito si intuisce che a Londra, da qualche parte, tutti gli impulsi devono avere sfogo. Non si vedono per caso, si devono cercare.
Così, quando Ottavio mi dà appuntamento a London Bridge, mi fido, perché forse proprio in una stazione, l’unico luogo dove tante anime si elidono anziché fecondarsi, si aprirà la feritoia giusta.
Ci fermiamo di fronte all’ingresso della metropolitana, e interrompo bruscamente un mio futile discorso, aspettando che l’intoppo da me incompreso venga superato, e dunque riprendere marcia e parole. Invece rimaniamo lì.

Siamo arrivati.
Vedo il piccolo antro d’ingresso solo quando me lo indica.
Dopo, nulla. Solo nero profondo. È molto umido. È uno scantinato. Un faro illumina un tavolo a semicirconferenza con nove fori. Avvicino la mano come se si trattasse di un animale. Una bagliore accecante mi costringe a voltarmi. Cambio foro, e subito coppie di luci verdi e blu illuminano avanti a noi, indicandoci un corridoio. Questo posto è immenso.
Ai nostri lati ci sono come enormi coppie di absidi vuote, giusto qualche tavolo isolato e illuminato da una sola candela.
Raggiungiamo la ressa. C’è musica irlandese. Anzi, c’è un gruppo folk irlandese, che suona in un angolo.
La dimensione si allarga. A destra un palco, una sedia sopra. Di fronte una piccola platea, e un gruppo di quattro o cinque persone in alto a destra ride bevendo qualcosa che da qui non riesco a cogliere.
Non possiamo, non vogliamo fermarci finché non avremo toccato la fine.

Abbiamo ragione.
Dentro un cilindro di vetro, incatenato al collo, seminudo, un uomo, rassegnato alla sua sterilità.
Al suo fianco, fuori dal cilindro, danza una donna in guepière, lentamente.
Lui non sembra patire, la guarda come un film visto più volte. La danzatrice così desiste, si siede e accende una sigaretta. La mano di lui comincia ad arrampicarsi sul vetro, cercando lei, che pare non accorgersene. D’improvviso tuttavia i due si baciano, indifferenti al vetro, un preludio a un amplesso che non avranno.
Stiamo osservando Londra sotto la gonna.


Umberto Musone

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