Inchiostro

SAFARI

Ovvero: Trimalchione tra gli elefanti

“Il sole calava dietro i boschi di Forte Antenne portandosi via tutti i colori, ma grazie alla sapiente arte del direttore della fotografia coreano Kim Doo Soo i boschi e le praterie del parco si erano trasformati in una foresta incantata. Proiettori da diecimila watt mimetizzati nella vegetazione allagavano di una luce innaturale i tronchi ricoperti di licheni argentati, i funghi e le rocce verdi di muschio. Migliaia di led luminosi sparpagliati sulla prateria si accendevano e si spegnevano come sciami di lucciole.”

Il Safari inizia così. Roma al buio con in mezzo Villa Ada illuminata a giorno, anzi, a fiaba. Luci tecnologicamente spericolate per una normale notte romana.

Intanto la mia metropolitana corre sotto terra: Massaua – Pozzo Strada – Monte Grappa - Il libro è un plico scomodissimo di fogli rilegati: ho avuto il dattiloscritto in anteprima, me lo tengo stretto addosso perché se qualcuno lo vede sono rovinata. È Ammaniti, cazzo, chissà quanti lo stanno aspettando. Mi giro verso il vetro: sorrido all'immagine di me stessa. Sono visibilmente eccitata. Leggo.

E mi innamoro di Fabrizio Ciba, lo scrittore – protagonista di una metà del libro - dall'aria trasandata e dalla sregolatezza al neon che ricalca il prototipo di tutti i miei ex. E di tutti gli ex delle lettrici, ci scommetto. Non so come sia possibile, non capisco come Ammaniti ci riesca, ma ci fa fritte, a noi lettrici, da subito: è il ciuffo scompigliato, è il saltellare spensierato sulla linea di confine fra spontaneità infantile e sicurezza maschia di sé, è che il personaggio fa il personaggio, fa lo scrittore scanzonato ma un po' maledetto e senza troppa etica e a noi viene voglia di starlo a contemplare.

Fabrizio Ciba mette in ridicolo i vizi dell'editoria italiana ed esalta le virtù dei suoi stessi vizi. È famoso, va in televisione, ma ancora non ha vinto lo Strega. Poi, un giorno, viene invitato da Sasà Chiatti, moderno Trimalchione - e qui altro che vizi e virtù! – a Villa Ada, per la festa più grande e imponente del secolo. Insieme allo scrittore, tutti i liberti di oggi: calciatori, attori, uomini e donne dello spettacolo, modelle, politici e tutti gli altri.

Sesso, scrittura e belve: ci siamo.
Devo scendere. No no no, ho bisogno di andare veloce.
Prendo la metro nel senso opposto.

E viaggio in groppa alle mie risate. La galleria dei personaggi è grottesca. La sfarzosità di un lusso inutile ed esagerato è ancora più parodistica. Ma satira e parodia non fanno ridere, fanno riflettere. Quello che fa davvero ridere, invece, è Ammaniti, la sua immaginazione sfrenata – e crudele, come un cavallo selvaggio, dominato dalle braccia consumate di un cowboy metropolitano – e la serenità abbacinante con cui la stende sulla pagina.

La festa prevede tre safari: la caccia alla volpe (a cavallo), la caccia al leone (a piedi) e la caccia alla tigre albina (sugli elefanti). La mia Africa unita al Gladiatore condita con una spruzzata veloce di Henry James: è l'Apocalisse del mondo moderno, è la necropoli dove il Diavolo si addormenta, è la rivoluzione degli uomini del sottosuolo.

Acqua, fango, urla, una pagina dopo l'altra a tutta velocità, vortici, lampi, forza, oddio devo scendere non so più dove sono, colpi di fulmine di un'istantaneità e drammaticità mai viste, epifanie della solitudine e della meschinità, sporcizia, spinte e sorprese, la prego si sposti non vedo a che fermata sono, fiaba, crudeltà, esagerazioni, risate, cortocircuiti.
La metropolitana annuncia di colpo l'ultima corsa. Porta Nuova: sono fottuta, fuori è notte.

E chiudo il libro. Accecata.

Marta Ciccolari Micaldi
- Che la festa cominci, N. Ammaniti, Italia, 2009

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