Linee e Colori

LUCE VIOLA

Sens_azioni

La verità è che l'arte contemporanea è un gran casino. Ti ritrovi un venerdì sera a un vernissage, smangiucchi da un buffet nemmeno troppo sostanzioso e bevi del vino. Molto vino. Con fare interessato e critico ti aggiri un po' perplesso tra le pareti rigorosamente, necessariamente, costantemente, perennemente bianche, nitide, pulite, minimali, poco animali; dopo aver passato in rassegna delle foto perfette della casa della nonna dell'artista, o esserti avvicinato il più possibile a un disegnino fatto a matita rappresentante, forse, un teschio, di grandezza non più di 10 x 10 cm, poni finalmente fine al tuo dolore tutto intellettuale, uscendo in strada per una sigaretta e due chiacchiere possibilmente con la ragazza-che-lavora-come-una-schiava-per-il-ricco-gallerista. E pensi che delle nuove correnti ultra-contemporanee ti importa proprio poco.

La verità è che spesso si vuole scandalizzare, interpretare, attirare l'attenzione, o concettualizzare all'estremo. Far perdere le tracce di sé, mettere in crisi lo spettatore. Chissà perché poi, chissà cosa han fatto gli spettatori all'artista, che non vogliono altro che godere di qualcosa di bello.

La verità è che il Novecento è stato un secolo ricchissimo di innovazioni nel campo dell'arte. Che tutti i concetti sono stati capovolti, indagati, in tutti i modi possibili, con tutti i soldi possibili, con tutti i mercanti d'arte possibili. E già. Le fiere dell'Arte: centri commerciali della bellezza, che lasciano ben poco se non un gran male ai piedi e buste colme di riviste rigorosamente gratuite su carta riciclata.

La verità è che il Novecento è stato il secolo del cinema. Dei video. Della televisione. A un certo punto ci si è dovuti confrontare con questo mezzo elastico e comunicativo. E a partire dagli anni Cinquanta, finalmente, vediamo comparire video (innovativi di certo, evocativi finalmente) nelle più importanti gallerie, che esplorano il mezzo con nuove tecniche di montaggio, con nuovi significati; luoghi in cui l'immagine in movimento ha potuto sperimentare completamente la potenzialità del proprio linguaggio e del proprio messaggio.

La verità, infine, è che le pareti bianche sono potute diventare nere, le finestre si sono potute scurire, l'utente ha potuto godere dell'opera, del filmato, del suono. La cosiddetta videoinstallazione ci regala il buio della sala da cinema, a cui siamo così abituati, ma con un sentimento tutto nuovo, che è quello dell'esperienza sensoriale. Gli schermi possono moltiplicarsi, ingrandirsi, restringersi, il suono può essere ammiccante, terrificante, avvolgente.

Nel buio panorama dell'arte contemporanea questa tipologia di rappresentazione è una luce nitida e forte, che ancora per molto resterà accesa. Uno dei più grandi esponenti della videoinstallazione, Bill Viola, americano, da trent'anni lavora in questa direzione. Regalandoci non solo dei lavori interessanti a livello tecnico ma anche a livello concettuale, sentimentale. Viola tenta di coniugare la sua visione mistica del mondo con un messaggio attuale e diretto. L'acqua è metafora della placenta, con fragore ne usciamo, per prendere coscienza del mondo, della vita. Un uomo cammina nel fuoco e ne scampa, resuscitando. I movimenti sono lentissimi, accentuati da musiche monotone o costanti, le immagini di grandi dimensioni e perfette.

Si dice che Viola tratti il suono come materia plastica e l'immagine come un'onda sonora propagata. Forse è vero, forse no. Ma mi interessa poco tutto questo parlare. Ora quello che conta è starsene impalato lì, davanti agli schermi, a farsi investire da questa luce profonda e stratificata che sono le sue opere, una luce interiore alimentata da un mezzo artificiale esteriore; e basta pensare, analizzare: voglio stare nel buio e contemplare.

Andrea Barnaba
-The Passing, Usa 1991
-The Arc of Ascent, Usa 1992
-The Messenger, Usa 1996
-The Greetings, Usa 1995
-Bill Viola: the Passions, Usa 2003-2004

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