Palchi e Pellicole
IL SOLE, I FIORI E LA LUNA
L’esaltante magia dei Momix
È una sera di inizio marzo, non è stato
difficile parcheggiare e ho un biglietto per Sun Flower Moon. Fa freddo fuori
dall’Alfieri, per tutti, tranne che per loro. Loro sarebbero i Momix di riserva, uomini e donne di
folle perfezione, che spiccano tra la folla dei presenti, vestiti leggeri come danzatori in una
prova d’agosto, ma bollenti di un’aura di potenza palpabile. Stasera loro staranno a guardare -
penso - ma tanto io posso riconoscerli e godermeli qui, ora, divinità sfavillanti discese in Piazza
Solferino, muscolose e seminude, mentre addentano un panino nell’attesa che lo spettacolo inizi,
proprio come potremmo fare noi, piccoli, insignificanti, mortali, spettatori. Solo che molti di
noi, piccoli, insignificanti, mortali e spettatori, hanno già mangiato, a casa e al calduccio, per
nulla paragonabili al loro incedere extraterreno.
Dentro al teatro, la luce un po’ naturale e un po’ artificiale della Torino di sera non può entrare e la sala si spegne. Sulle note di una musica essenziale, l’azzurro delle sagome dei Momix titolari squarcia presto il buio. Il nero si dipinge di gabbiani, meduse e ninfe svolazzanti. È sferzato dal rosso dell’assolo di corpi fluttuanti che finalmente si rivelano come tali, tributo a bellezza e sensualità, ideali che più ideali non si può, un tripudio di sesso, rigore ed energia. Il giallo fosforescente di cui si vestono le ballerine nel quadro successivo evidenzia, ancor di più, la forza e la precisione di tutti i gesti di scena. Che erano già tutti - completamente - forti e precisi ma, gialli fosforescenti, lo sono ancor di più. Cazzo, che figo! – non posso che pensare, tra me e me, trovando conferma negli sguardi dei vicini, appagato e inebetito da questa magia.
Nel mare lunare disegnato da Moses Pendleton, i Momix continuano a colorarsi, volare e guizzare, ispirati dalla natura immaginata del sole, dei fiori e della luna. Costruiscono un’infinita gamma di giochi di luce, riuscendo nel frattempo ad affondare le radici di carne tra i chiodi del teatro e nelle menti degli spettatori. O almeno lo stanno facendo nella mia, questa sera, innamorata di ogni singolo Momix praticamente da quando ho parcheggiato, titolari o riserve, chissenefrega.
Tutte le cose belle finiscono, recita un saggio adagio, e ogni volta è un gran peccato, aggiungo. Ora posso solo applaudire e uscire. Anche gli spettacoli degli dèi finiscono. Massì, in fondo, non vedo l’ora di essere fuori, aspettarli davanti al teatro e ammirarne ancora un po’ il luccichio. Per questo esco per primo, ansioso. E rieccole lì. Le Momix-riserve. È il momento più bello della mia vita, lo capisco subito. Di fronte alla piazza spalancata, ci siamo solo io, loro e il cielo della mia città.
Mi avvicino al gruppo, come preso dentro a un vortice, non so, quasi tremo e non saprei che dire, né in che lingua. La Momix-riserva più bionda, bellissima nei suoi fuseaux e con la sua Coca-Cola in mano, si volta verso di me. Ci siamo. È ancora più bello.
Quando il suo leggiadro movimento rotatorio, come un volteggio in scena, è completo, è allora che
mi regala l’esplosione, fluttuante e precisa, di un vigoroso, fragoroso, rutto. I’m so sorry! – si
affretta a dirmi, non vedendo l’ora di tornare a ridere con gli altri. Il suggello alla serata più
bella della mia vita lo immaginavo diverso. Forse le divinità non sono più quelle di una
volta.
