Suoni
L’ILLOGICA ALLEGRIA
L’opera di Giorgio Gaber è come una corda
tesa tra due punti. A un capo c’è la sua carica politica, il suo rigore intellettuale ed etico, la
sua voglia di realizzare la rivoluzione, radicale nel senso più vero del termine; all’altro, quella
strepitosa corporalità e quel tanto di egocentrismo, tipico del capocomico e anche un po’ del
rockettaro, che lo teneva incollato con i piedi per terra. In mezzo, una forma instabile di
malinconia, ondeggiante, a volte più simile all’ingenuità di un bambino, a volte prossima alla
tragedia di un io che si strugge, e si annichilisce. E al centro perfetto, secondo me,
L’Illogica Allegria.
Io non ascolto più Gaber così tanto. Alcuni commentano: “ci credo, era anche ora!”, ironizzando sull’insistenza con cui ho consumato prima i nastri delle musicassette, e poi rigato le superfici dei cd. Solo di fronte all’inconsistenza del formato digitale mi sono dovuto arrendere. La verità è che non mi sono mai stancato di Gaber, non succederà, e mi commuoverò sempre ascoltandolo, come ho visto fare a certi signori più in là con gli anni, che vedono ancora in Lui un vecchio amico che aveva avuto il coraggio di dar voce ai loro turbamenti, i loro fantasmi, le loro idee più pericolose. Negli anni ’80, quando le cose erano ormai cambiate (e i riverberi imperversavano senza ritegno), Gaber aveva costretto i suoi ascoltatori a tenere il cuore incollato a un finestrino, e a vergognarsene. Con L’Illogica allegria trovava il punto preciso dove collocare tutto quello che lo aveva sempre tormentato: la leggerezza, la libertà, la ribellione, la consapevolezza, in uno spazio perfettamente misurato sia nella lunghezza sia negli arrangiamenti sia nel testo.
Congelando il tempo, era finalmente riuscito a squarciare quel sottile velo che lo separava
dall’assoluta trasparenza che Lui agognava. Ma che sacrificio è stato, rendersi conto che sarebbe
bastato un banale albeggiare per ridare un senso alle sue grida e alle sue smorfie. Ci sarebbero
stati altri anni, durante i quali avrebbe continuato la sua battaglia personale e avrebbe
raccontato le ultime cose che sentiva di dover raccontare, ma qualcosa era cambiato. L’ho scorto
negli occhi di quelle persone, alle uscite dei teatri dove adesso di tanto in tanto si rende
omaggio alla sua memoria, che bruciano ancora delle battaglie che avevano combattuto, contro la
società, le consuetudini, il conformismo. Li vedo chiaramente risucchiati in quel Limbo,
un’autostrada solitaria in cui Lui li ha portati e da cui non sono più stati in grado di seguirlo.
Non è una cosa che fa per me, questa Illogica Allegria.
