I romanzi di Greg Egan, programmatore e affermato scrittore di fantascienza: se cercate della buona letteratura, volgete altrove i vostri sforzi. Forse, però, appartenete a quella nutrita schiera di amanti del buon cinema che pensano che Matrix (199X, il primo) sia un buon film per via delle idee che ne stanno alla base. O probabilmente siete tra coloro che si sono felicemente sorbiti l'intero Avatar (2009) di James Cameron semplicemente perché v'intrigava il titolo, perché quel sostantivo – avatar – l'avete letto e utilizzato in rete più di una volta, in un periodo in cui 'Second Life' è preistoria e in cui Facebook è stato sdoganato dalla pessima fama delle sue frivolezze per incastonarsi nella sobria quotidianità di molte persone che stimate. L'avatar sta diventando pop anche per chi non è avvezzo alla banda larga, in un contesto 2.0 (il Due, vale a dire l'interattività)

dove la nostra voce, le nostre immagini e i simboli da noi prediletti non soltanto ci rappresentano, ma si sostituiscono a noi stessi. In questo contesto così “attuale”, ci si dimentica che la letteratura – sia essa impegnata, d'evasione o entrambe le cose – di questi argomenti ha già ampiamente immaginato. Prendete Permutation City di Egan, un romanzo di un autore che scrive male e che immagina molto (ma molto) bene, un romanzo vecchio che può esserci molto utile, in quanto insiste sull'idea di copia, che da un lato precede quella di avatar mentre dall'altro ne è forse l'angosciante e intrigante evoluzione: il timore che una nostra immagine da noi controllata divenga indipendente, la speranza che il nostro sé sia eterno, privo di corpo, un insieme di processi.
Non lo dico tanto spesso di un libro: è forte, perché devi chiuderlo e farti un giro per casa e telefonare a qualcuno, guardarti le dita come lo fa un personaggio di Jack London quando deve sentirsi ancora vivo in mezzo a un branco di lupi, e perché ad esempio inizia con la copia di un uomo che si sveglia dentro a un hard-disk. Software: una copia esatta di quest'uomo, che sa che cos'era prima, che sa che cosa non è adesso, che sa che il suo alter ego lo sta guardando a monitor. È un percorso inverso rispetto a quello che possiamo ritrovare in Matrix, dove l'Eletto Keanu Reeves si sveglia dalla narcosi di un mondo virtuale per ritrovarsi nel crudo universo reale, felice di essere un vivo soldato del vero contro l'illusione. In Permutation City Paul Durham sa che i suoi predecessori hanno tentato con successo di autoterminarsi in un tempo massimo di due minuti. Ma lui è l'ultimo (o il primo) esperimento: il diritto al suicidio gli è negato. Pensa al suo originale che si gode sua moglie, che raggiunge il successo grazie a lui. Può solo vivere sapendo di essere una seconda versione in esilio. Insomma, tutto molto peggio della bella inconsapevolezza della Matrice. Egan si spinge addirittura oltre, riflettendo su come l'idea di copia possa comprendere quella di mutazione costante, di modificazione consapevole della propria mente, dei propri ricordi, della propria chimica, delle proprie colpe e delle proprie passioni. Addirittura l'universo può essere interamente copiato, se si ha a disposizione una sufficiente potenza di calcolo, la preoccupante moneta di scambio del nostro futuro prossimo. Eppure, s'impara che ciò che è stato generato o costruito per essere se stesso, che si è evoluto in quanto vero, rischia sempre d'incrinare la limpidezza strutturale di un'esistenza che ha perso il proprio passato. Meno male che per il momento ci piacciono gli avatar.
Ugo PanzaniGreg Egan, Permutation City (1994), Shake Edizioni Underground,
Milano 1998.