Artigrafie
Occhi che si guardano negli occhi
Autoritratti: l’artista e il suo Avatar
linee colori

 

Essere un corpo. Un volto, due occhi, due orecchie, rughe, capelli, mento, naso, labbra e denti. Un essere umano. Qualcosa di vivente-e-vissuto oltre le proprie azioni. Un pezzo di carne non ancora decomposto. L’artista meglio di chiunque altro conosce questa esigenza. L’esigenza di essere nel mondo in qualità di oggetto, prima ancora che di pensiero. Esserlo in prima persona. Vedere se stesso, consegnarsi al giudizio postumo non solo con le proprie opere – fantasma del passato, nome da attribuire a tele o pietre scolpite – ma anche con il corpo di qualcuno o qualcosa che un tempo fu un essere umano. Ecco cosa vedo negli occhi stanchi, in quei volti che invecchiano come tanti Dorian Gray in anticipo sui tempi, nelle vesti ed espressioni degli artisti che dipinsero se stessi.

Essere un corpo che lavora, indaffarato a districarsi, nella sua impassibile professionalità, tra quel mare di bambini viziati, gente che ha fretta di andarsene e altra che sembra lì per caso, infastidita che il proprio ruolo imponga la seccatura di doversene stare fermi per chissà quante ore a farsi ritrarre da quel tizio che sembra Dalì con qualche secolo d’anticipo. E allora cosa fa quella vecchia volpe di Velazquez, stufo – e si vede: non ci prova nemmeno a nascondere la sua esasperazione – di dover mettere la sua arte a disposizione di quella gente che pensa solo a far guerre e ammazzare infedeli? Ovvio, mette se stesso al centro della scena, relegando la coppia regale sullo sfondo (anzi, nemmeno! Nel riflesso, quasi casuale, di uno specchio accanto all’uscita), l’infanta tra le sue damigelle d’onore e persino una nana che chissà di quale considerazione doveva godere a palazzo e il ciambellano sull’uscio, con un’espressione che sembra dire “Ok, allora io me ne vado se abbiamo finito”. No, non avevano finito. Eppure ne uscì – titolo quantomai beffardo – Las Meninas, il più sconvolgente e originale tra gli autoritratti (cammuffati) della sua epoca.

Essere un corpo che invecchia, che sbianca, che deperisce, ma con la consapevolezza, e l’orgoglio, di aver fatto tutto sommato un buon lavoro. I due autoritratti di Tintoretto (uno datato 1546, l’altro di 42 anni successivo) mi fanno pensare al lavoro immane e un po’ folle di quel tizio che si è fotografato ogni giorno per cinque anni o giù di lì e poi ha montato insieme tutte le fotografie, consegnando ai solitamente distratti utenti di YouTube un autoritratto in fieri (ma anche una spietata testimonianza dello scorrere del tempo) di struggente realismo. Cinque secoli prima il pittore veneziano fece, con i mezzi che aveva a disposizione, qualcosa di simile: nel primo autoritratto i suoi capelli sono castani, la barba è ben curata, e lo sguardo e la postura sono quelli di un giovane uomo all’inizio della sua carriera che non vede l’ora di andare a fare qualcos’altro. All’età di 70 anni, invece, l’autore è stanco, la barba è bianca e incolta, gli occhi due cavità nere e un po’ cupe. Il corpo, avvolto in una veste nera, quasi si perde nello sfondo dello stesso colore, presagio di un abisso eterno ormai alle porte.

Essere un corpo punto e basta, con tutte le imperfezioni del caso, impassibile all’ambiente circostante, avatar sincero e disarmante dell’artista nel (suo) mondo. Il collare di spine, il gatto e la scimmia che le girano intorno, la natura rigogliosa e un po’ finta alle sue spalle e un volto e un’espressione quasi maschili ci consegnano un autoritratto colmo di orgoglio e sofferenza. Eccomi qua, sembra dirci Frida Kahlo, questo è il modo in cui voglio essere ricordata nei secoli a venire. Prendere o lasciare.

Alberto Gallo

HIGHLIGHTS

«Questo lavoro attesta il nostro impegno per il futuro benessere della nostra vita a livello sociale, culturale e ambientale» (Agnes Denes)

Tree Mountain, 1996, fossa di ghiaia a Pinziö, Finlandia