Artigrafie
Compulsive self-eating

Ormai è sufficientemente logora la teoria per cui «non ci sarà mai più un (gangster movie/ sci-fi movie/horror) come...», in tutte le sue varianti. Ci siamo riempiti tutti la bocca con queste sentenze, al tavolo con amici e conoscenti, giusto per dare una spolverata a qualche forma altrettanto logora di narcisismo. Il data flow è spesso confuso con il sapere. A dire il vero, Moon è pieno di citazioni di grandi classici sci-fi. Mi cavo subito il dente: 2001 Odissea nello spazio, Solaris, Blade Runner. Se mi si permette, fuori dal coro e dallo sci-fi, direi anche qualcosa di Old Boy.

La storia è delle più rituali. Una multinazionale, la Lunar, ha trovato il modo di ricavare energia pulita per la terra, utilizzando le rocce presenti sul lato oscuro della Luna - si può concedere al figlio di Bowie di citare il best seller dei Pink Floyd. Ad abitare la base operativa sul nostro satellite, il solo Sam Rockwell, in compagnia di un robottino tuttofare, Gerty, dotato di un piccolo monitor, su cui compaiono di volta in volta degli smile a seconda delle domande rivoltegli da Sam.

Il futuro, invece, è del tutto diverso da come lo si immaginerebbe andando oggi nelle sale. Nessuna forma di criogenizzazione alla Avatar o astronavi incredibili dotate di schermi solari. Persino il cibo è assolutamente identico a quello che mangiamo a casa. Insomma, è il futuro come veniva rappresentato circa trent'anni fa, ciò che ora risulta semplice ergonomia.

Il primo aspetto che colpisce è la sporcizia della base lunare. Pareti ingrigite, graffiate. L'angolo delle tazze ha delle incrostazioni di sporco che farebbero pendere giudizi disgustosi su chiunque. Il disordine è totale e per questo Sam sembrerebbe tutto tranne che un uomo dello spazio. Probabilmente è un ingegnere, non si rifà neanche il letto e si rivela il classico maschietto strafottente, quando imposta I am the one and only di Chesney Hawkes sulla radiosveglia.

L'usura del luogo e dell'unico abitante è il precipitato delle nostre categorie. Lo spazio e il tempo, varcata l'atmosfera terrestre, diventano materiali, e caricano d'angoscia la forzata percezione che portano con sé. I tre anni di contratto di Sam sono quasi alla fine, gli interminabili giorni in isolamento si sentono tutti, così come la distanza da casa, moglie e figlia. Sarà perchè la Luna è ormai il cortile della nostra immaginazione, ma la ricerca che per tradizione accompagna i viaggi al di là della stratosfera non approda a risposte altrettanto extra. Anzi. Vittima di un incidente, Sam si risveglia nella base, portato in salvo da un altro Sam. Diffidenti, compostamente sconvolti, tra i due s'instaura la tipica lotta umana su chi sia l'originale. Costretti dalla forzata convivenza, i due scoprono che di Sam la base è piena. Persino la maglietta, che sembrava così intima, è in realtà parte del corredo fornito dalla Lunar.

E dunque, quanto concrete sono le fondamenta della dedizione? Qual è la temperatura critica dello stimolo che ha retto ogni singolo sacrificio? Sentir evaporare tra le mani ogni ricordo, prendere coscienza di ciò che è solo impianto di memoria. Tutto in quell' «ora basta, voglio andare a casa», quando Sam scopre che sua moglie, quella dei filmati che gli arrivano tutti i giorni, è morta da due anni, che sua figlia non è una bambina, ma un'adolescente.

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Alt. Quella non è neanche sua moglie, così come la ragazza non è sua figlia.

Il doppio, il multiplo, seguendo il principio dei vasi comunicanti, si spartiscono la sensazione di esser speciale, fino ad esaurirla. Smarrita la certezza di esser anche solo un uomo, lo spazio diventa la cassa di risonanza di un insostenibile autismo. La dedizione è una scommessa, e, mi spiace, in questo caso l'importante non è partecipare.

di Umberto Musone

HIGHLIGHTS

Moon, 2009
La dedizione è una forma di cecità, e la giusta pena per essa è l'imprevista consapevolezza del tempo perduto.