
“E se la plastica fosse un prodotto della natura?” Un pensiero semplicemente folle. Eppure è questa la visione dello scapigliato Damon Albarn che accompagna il concept album “plastic beach”, ultimo arrivato in casa Gorillaz.
Immaginiamo Damon seduto su una spiaggia a contemplare l’oceano. Tutt’intorno a lui detriti di plastica. Una grande senso di desolazione seguito da un ghigno infantile, un ribaltamento della realtà. Una provocazione?
“Se la plastica non fosse un prodotto dell’uomo? Perché non tentare di apprezzarne la fusione con la natura?”
Albarn e il fumettista Jamie Hewlett immaginano dunque un’isola di plastica, ipoteticamente situata nel Pacifico, un luogo formato da detriti, rottami e scarti dell'umanità. Albarn, sotto le mentite spoglie dei Gorillaz, si occupa di scrivere la colonna sonora di quella che concepisce essere una nuova visione della realtà. I Gorillaz possono permettersi questo ed altro. I suoi membri, 2D, Murdoc, Noodle e Russel ,sono animazioni nate dalla penna e dalla fantasia di Jamie Hewlett. Personaggi dal passato torbido, debosciati, tormentati. Essi rappresentano lo strumento ideale attraverso il qualche Damon può dare voce alle proprie inquietudini, cantandole liberamente, nascosto dietro alla facciata surreale e scanzonata del cartone animato.
L’intenzione dei Gorillaz è quella di creare un album pop. Il messaggio semplice e d’impatto necessita di un mezzo di trasmissione altrettanto immediato. Sono molte tuttavia le contaminazioni da stili diversi, come sempre del resto negli album dei Gorillaz.
Si parte con “Orchestral intro” con la quale dolcemente atterriamo sull’isola che non c’è. Un viaggio elettronico, onirico, rilassante. Con “Welcome to the world of plastic beach” riceviamo un benvenuto dal sapore hip-hop (Snoop Dogg), addolcito dai suoni jazz della Hypnotic Brass Ensemble di Chicago. “White flag”, registrato a Beirut (Libano) con la National Orchestra for Arabic Music, ci accompagna per mano in una natura di plastica, fantastica e armonica, grazie ad una perfetta miscela di world music ed electro-pop.
“Stylo”, carico di inquietudine, è dominato dalla voce di Albarn accompagnata da quella di una leggenda soul come Bobby Womack. Inizia a delinearsi una nota malinconica e stonata nell’atmosfera isolana. Nota che tuttavia presto si dissolve con “Empire Ants” e “Glitter freeze”, oasi di serenità creata dall’elettronica svedese dei Little Dragon. Nell’eclettica “Some kind of nature” la voce pop di Lou Reed ci tiene buona compagnia per poi consegnarci all’abbraccio malinconico e sognante di “Broken”.
Il cielo si rabbuia sull’isola di plastica: è l’ electro-pop aggressivo e distorto di ”Plastic beach” che vede ospiti gli ex Clash Mick Jones e Paul Simonon. La furia del temporale si placa lasciando alle sue spalle soltanto la nebbia sintetica di “Cloud of unknowing”. Rumori di traffico metropolitano. L’electro-pop di “Pirate jet” ci ricorda che il tempo è scaduto, si ritorna alla realtà. Ripartiamo?
Federica Rossotto
«How do we sleep while our beds are burning?»
da Beds are burning dei Midnight Oil, 1987, Columbia Records